Memorie

Seui, alla scoperta della laveria del bacino minerario di “San Sebastiano – Corongiu”

L’attività del bacino carbonifero di Seui è stata sempre caratterizzata da alti e bassi. Elevati livelli di produzione si raggiungono solamente durante la prima guerra mondiale, quando per ovvi motivi bellici e grazie ad una riduzione dei costi di trasporto si toccarono le 10.255 tonnellate di prodotto estratto (anno 1916), con 332 operai nel 1918.

A questo periodo è legata la costruzione in località “San Sebastiano” dell’edificio della laveria, maestoso nella sua architettura tardo liberty.

L’edificio, che era stato costruito nel 1916 da parte della Società italiana delle miniere di Monteponi, dal 1900 titolare della concessione, oggi si presenta quasi totalmente immerso nel verde di una sempre più lussureggiante vegetazione.

A pieno regime questa struttura arrivava a trattare sino a circa 40 tonnellate di prodotto al giorno, che una volta “lavato”, veniva stivato nei vicini silos, per essere successivamente caricato sui vagoni ferroviari per essere trasportato al porto di Arbatax. La nostra antracite trovava pieno utilizzo come combustibile anche nell’impianto elettrolitico per il bianco di zinco costruito, su progetto del professor Livio Cambi, in località “Scalo”, nella vallata sottostante la collina di Monteponi, presso Iglesias.

Ancor oggi, nonostante il suo cattivo stato di abbandono, la costruzione si presenta piuttosto solida, grazie anche alla tecnica costruttiva utilizzata, all’avanguardia in quel periodo, con l’utilizzo in quantità di strutture in cemento armato. La copertura è costituita da grandi lastroni di amianto colorati.  

Il complesso si presenta suddiviso in tre parti. A sinistra svetta la torretta, caratteristica con i suoi fregi e la bicolorazione (tipici del periodo). Segue il corpo centrale, monumentale con i suoi grandi finestroni. Chiude la struttura, sulla sinistra, un edificio a due piani.

Il corpo centrale, principale di questa struttura con i suoi quattro piani (tre più il piano terra) raggiunge un’altezza non inferiore ai ventidue metri ed una superficie complessiva di quasi 1500 metri quadri. Al piano terra si scorgono ancora i resti delle vasche per la raccolta d’acqua, che proveniva dal vicino invaso, ancora esistente. Al primo piano si trovava l’officina e il settore flottazione dove avveniva la separazione del minerale dai diversi materiali di scarto. Al piano superiore si trovava la sezione arricchimento, mentre nel successivo si eseguiva la frantumazione e la relativa classificazione del prodotto.

Il materiale grezzo dalle varie gallerie giungeva alla laveria mediante teleferica. Una volta riversato su appositi carrelli, il carbone veniva trasportato dentro l’edificio, direttamente al terzo piano, attraverso un ponte in acciaio (ancora visibile), localizzato alle spalle dell’edificio. Da lì iniziava il processo di “lavaggio” del minerale, che una volta pronto veniva caricato nei vagoni dell’indimenticato trenino del carbone, trainato dalle caratteristiche e sbuffanti locomotive a vapore.

Oggi questa maestosa struttura si presenta in pessime condizioni di conservazione! E’ necessario un immediato intervento per il suo recupero e valorizzazione. Dopo aver visto decadere irrimediabilmente negli anni la maggior parte degli edifici e delle strutture produttive della miniera i seuesi non possono lasciare crollare anche questo maestoso monumento a cui l’intera comunità è legata.   (Giuseppe Deplano, copyright © 2010 – riproduzione riservata)

 

 

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