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SEUI, ALLA SCOPERTA DELLA MINIERA DI ANTRACITE DI “SAN SEBASTIANO – CORONGIU”

Questo articolo di Giuseppe Deplano è stato pubblicato nel mensile “Sardegna Magazine New” nel numero di marzo 1994.

“Seui: storia di un’avventura mineraria in Sardegna”

Era il 1827 quando Alberto La Marmora, nel suo pellegrinaggio per l’isola, attraversò questa zona dell’interno dell’isola. Le prime indagini conoscitive egli le fece nella località di “San Sebastiano”, a circa venti minuti di strada dall’abitato di Seui, nei pressi della chiesetta omonima. L’insigne studioso, che era accompagnato dal professor Giuseppe Giacinto Moris, appassionato botanico, rinvenne in questa località ben 35 specie di piante dell’epoca carbonifera.
Successivi studi permisero di scoprire la reale vastità del bacino minerario in questione, che si estende per diversi chilometri quadrati, andando da “Monte Taddì” a “Serra Casteddu”, da “Corongiu” a “S’Enna e su monte”.
Pur variando all’interno del bacino, la qualità del prodotto estratto risultò di ottimo livello. Uno studio eseguito in quel periodo dall’ingegner Baldracco del Corpo reale delle miniere, diede dei risultati molto interessanti sulle caratteristiche del prodotto. Risultarono valori con carbone e sostanze volatili pari al 92% e ceneri rossicce al 7%. Il prodotto, intanto, si rinveniva in strati mediamente di 3,50 metri. Successivi studi analizzarono il litantrace presente con i seguenti risultati medi: ceneri 5-11%, zolfo sulle ceneri 0,051-0,015%, fosforo 0,002%, mentre il potere calorico risultò essere pari a 7000-7500 cal.
Nel 1863 venne rotto l’isolamento della zona con la costruzione della strada Seui – Tortolì e qualche anno dopo iniziarono i lavori di estrazione del carbone in località “Scoleris” o “Coa de planu artu”, raggiungendo nell’anno d’attività 1886-1887 la produzione di circa 200 tonnellate di prodotto. Successivamente i lavori di estrazione si allargarono ad altre località vicine (“Tradalei”, “Sa canna”, ecc.).
In questo periodo l’attività estrattiva impegnava circa 50 addetti, posti alle dipendenze della Società Milanese. In seguito la concessione di una parte del bacino (piuttosto limitata) venne rilevata dalla Società italiana delle miniere di Monteponi, che fu molto restia ad avviare la piena produzione per circa un trentennio. Solo nel periodo della Grande guerra si raggiunse un alto livello di produzione, ovviamente a causa esigenze belliche. Infatti, si arrivò ad estrarre oltre 50 tonnellate di carbone al giorno con circa 200 unità lavorative.
Alla fine del secolo scorso la maggior parte del bacino era in concessione ad un’altra impresa, la Società di ligniti e di carboni della Sardegna con sede a Sassari, guidata dall’ingegner Graziani.
Nella prima metà del ‘900 venne edificato l’edificio della laveria, che ancor oggi si erge nella sua imponenza in località “San Sebastiano”, presso la linea ferroviaria tracciata nel 1894.
Nel ventesimo secolo lo sfruttamento del bacino continuò con ritmo sostenuto sino agli inizi degli anni ’40, allorché la struttura venne rilevata dalla Società Veneto Sarda, che la sfruttò fino alla sua chiusura totale, che avvenne nella prima metà degli anni sessanta.
Le cause che determinarono la chiusura furono diverse: gli investimenti crollarono, le attrezzature diventarono sempre obsolete, e a ciò si sommarono gravi difficoltà finanziarie della società titolare degli impianti. Si arrivò ad avere costi di gestione decisamente insostenibili, che portarono in breve tempo all’uscita dal mercato del prodotto seuese. Inoltre, alle suddette cause bisogna aggiungere l’elevato costo del trasporto del prodotto, effettuato prevalentemente a mezzo ferroviario. Senza dimenticare la diminuzione dell’attività di ricerca di nuovi strati di prodotto da sfruttare.
Ancor oggi sono visibili le strutture industriali, seppure in pessime condizione, che testimoniano un passato incancellabile nelle memorie della comunità seuese.
A fine anni ‘80 la Pro.Ge.Mi.Sa. aveva condotto indagini sulla consistenza del bacino. Sembra che i risultati siano stati significativi in quanto alla presenza di prodotto. Ma i problemi non mancarono: gli strati di carbone sono troppo dispersi e poco spessi e i costi di estrazione sono tanto elevati da rendere i prezzi decisamente poco competitivi. (Giuseppe Deplano, copyright © 2011 – riproduzione riservata)

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